STUDI
“IL SEGRETO DELLA "O" DI GIOTTO, TRA ESOTERISMO E MATEMATICA, NELLA CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI”
Padova, Cappella degli Scrovegni. Giotto, "Giudizio Universale", particolare. Le geometrie segrete, scoperte da Alberto Zucchetta, nel celebre affresco del Maestro toscano.
Visitando la Cappella di Giotto all’Arena di Padova, ho pensato spesso a quello che Galileo era solito affermare, e cioè che la matematica e la geometria servivano a capire il mondo, perché numeri e figure geometriche erano la grammatica e la sintassi, con le quali il Creatore aveva plasmato il mondo.
Sono veramente grato al prof. Alberto Zucchetta di aver approfondito e dimostrato con formule ineccepibili, quelle che il Bouleau chiamava: le geometrie segrete dei pittori o che il Pacioli definiva la divina proporzione. Soffermandoci a pensare secondo le coordinate tessute dalla penna e dal compasso del prof. Zucchetta, torna spontaneo il riferirci ai Pensieri di Pascal: la bellezza della medicina è nella guarigione, la bellezza della poesia nell’emozione, la bellezza della geometria nella dimostrazione.
Viene così approfondita la conoscenza di un sistema logico-matematico, che attraverso i numeri primi tenta di trovare una filosofia nelle leggi dell’Universo. Era, questo, il grande sogno di Leibniz, Eulero, Gauss, e di molti altri studiosi affascinati dalla bellezza della legge dei numeri primi e dal suo ricorrere nelle leggi del cosmo. Si tratta in fondo di delineare una risposta ai grandi problemi, posti da Kant, Russel, Godel, Cohen, nel tentativo di poter comprendere quell’armonia e quella bellezza dell’universo, per la quale Berenson esclamava: “Giotto! Giotto, quale problema!”.
Il Berenson stesso tuttavia, dinanzi alla grandezza e all’armonia dell’opera di Giotto, soggiungeva: Goditi Giotto, come per dire: Affidati alla contemplazione del capolavoro di Giotto. Sentirai che in lui si fonde l’emozione del colore con l’armonia musicale dello spazio; in una sintesi, che diviene folgorazione, e luce intellettuale. Proprio come quella, che fu la visione di Dante, nel canto 33° del Paradiso, quando esclamò:
“Luce intellettual, piena d’amore;
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogni dolzore”
(XXX, 40/42)
Infine, vengono svelate da Zucchetta le segrete geometrie racchiuse nelle lampade dei misteriosi Coretti dipinti, quasi Giotto le abbia concepite a firma dell’opera. Si potrebbe intendere la conferma di un procedimento, rimasto celato per 700 anni, teso al raggiungimento di quell’armonia e perfezione che le persone colte del tempo credevano indispensabile per avvicinarsi alla “grandezza divina”.
Claudio Bellinati
Membro della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa
DUE STELLE A CONFRONTO
Stella di Tommaso da Modena: ricostruzione in oro e gemme ; ; ; Stella scaligera del secolo XIV . Verona, Museo di Castelvecchio
Stella di Giotto: ricostruzione in oro e rubini
Nel disegno sottostante vediamo la stella scaligera che suggerisce attraverso un preciso procedimento geometrico-matematico fondato sulla tetraktys alcune interpretazioni simboliche. Si noti la posizione circolare delle pietre e delle perle, disposte sui multipli del tre, che esprimono una potenzialità cosmica e religiosa legata ai pianeti, così come era immaginata nel Medioevo. Il centro si identificava con la Divinità circondata da un alone di luce composto da 12 perle; poi nei cerchi successivi la Terra, la Luna “sfera cristallina formata di perle”, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno “ultimo pianeta in esilio” come allora era definito.

Studio grafico della stella scaligera basato sulla Tetraktys pitagorica - Accanto la stella scaligera in una applicazione astrologica
Lo studio sulla simbologia dei gioielli del Trecento veronese, intrapreso oltre vent'anni fa, non sarebbe stato fecondo di sviluppi se non si fossero presentate altre analoghe situazioni, (la stella dipinta da Giotto nella Madonna di Ognissanti e la stella del “San Giorgio” di Karlstein dipinta da Tommaso da Modena – secolo XIV) che sostenessero i risultati raggiunti in quella prima esperienza.
La ricerca iniziò quando l’allora direttore del Museo di Castelvecchio di Verona, Licisco Magagnato, mi chiese un parere su di un gruppo di straordinari gioielli di tipologia profana medievale, conosciuti come il “Tesoretto di via Trezza”, che avevano dato adito ad una serie di ipotesi -alcune molto suggestive- dopo il casuale ritrovamento del 1938 nel sottosuolo di una vecchia cantina a Verona.
Tra questi preziosi reperti uno spiccava in modo particolare: si trattava del meraviglioso gioiello in oro a forma di stella, tempestata di 245 fra perle, rubini balasci e smeraldi orientali. Questo originalissimo oggetto dalle ragguardevoli dimensioni (mm.150 di estensione) e peso (circa 250 grammi) mi pose davanti alla domanda: la posizione delle gemme e il perfetto disegno dalle linee armoniche era frutto del buon gusto dell’artefice, oppure era il risultato, il frutto di una mente iniziata a quelle sapienze così radicate nel Medioevo come la geometria, il linguaggio dei simboli, la scienza dei numeri, l’astrologia, il significato dei colori e delle pietre preziose, la filosofia ermetico-religiosa? La risposta dopo anni di studio mi convinse che soltanto una mente culturalmente preparata poteva aver ideato quel meraviglioso gioiello.
Lo studio del prezioso elaborato a forma di stella mi portò ad interessarmi a tutto ciò che aveva attinenza con questo soggetto: e finalmente quando mi capitò di notare la splendida stella dipinta da Giotto nella Maestà di Ognissanti, mi ritornò alla mente la leggenda dell’O di Giotto. Racconto però che m’apparve sotto tutt’altra luce, tanto da indurmi ad aprire un nuovo capitolo di studio e più tardi convinse l’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona a pubblicare i risultati nel libro “Il segreto dell’O di Giotto – il pensiero filosofico-religioso nella Madonna di Ognissanti” (Stamperia Valdonega, 2000).

Lo studio di Zucchetta svela il segreto della O di Giotto impiegato dal maestro toscano per rendere matematicamente armonica e concettuale la composizione del dipinto
Forse avevo trovato l’anello mancante che poteva darmi la ragione dello studio della stella scaligera e, nello stesso tempo, poteva schiudermi la via ad una ricerca più razionale ed affascinante che mi avrebbe consentito, qualche anno dopo, di credere di aver intuito il pensiero profondo di un artista definito dai critici d’arte di tutti i tempi: “Iniziatore di una rinnovata pittura”.
Giotto, la cui fede non è mai in discussione, segue il dettato dei Padri della Chiesa i quali scorgevano nel numero l’espressione dell’ordine divino. Sant’Agostino afferma che: “Dio ha dato un numero a tutte le cose”. Infatti, l’idea pitagorica di numero come armonia divina fu ripresa totalmente dai numeristi cattolici i quali, però, si affrettarono a modificare il concetto di numero-idea secondo le convinzioni ortodosse.
Lo studio sulla pittura concettuale di Giotto, ed anche su alcuni suoi seguaci, mi convinse che il numero diveniva il mezzo per visualizzare un concetto, del quale assumeva la valenza di simbolo nella realizzazione dell’opera. In questa maniera si potevano determinare i punti geometrico-matematici che andavano a formare l’occulta intelaiatura sulla quale costruire l’ambiente della composizione e quindi delle immagini, ideate matematicamente per raggiungere quell’armonia delle sfere, nelle quali era presente tutto il sapere scientifico unitamente ai più profondi concetti religiosi. Nel Medioevo era diffuso tra i letterati, gli artisti, ma anche nel mondo dei maestri delle Arti seguire certe regole segrete: “…come quelle degli architetti, seguaci essi pure del mistero del numero: regole che il maestro rivelava solo ai discepoli più quotati”.
Ricordo che sono rimasto piacevolmente emozionato quando il direttore del Museo Civico d’Arte di Pordenone prof. Gilberto Ganzer, mi ha comunicato di aver colto una similitudine d’immagine fra il gioiello appeso al collare del “San Giorgio” -dipinto da Tommaso da Modena nella seconda metà del Trecento- e il gioiello a forma di stella del “Tesoretto” veronese, probabilmente appartenuto al principe scaligero Cangrande I della Scala. Dal conseguente studio, da me eseguito sulla stella di Tommaso da Modena, è risultato che il pittore ha impiegato gli stessi princìpi geometrici, basati sull’esagramma e sulla tetraktys pitagorica, che avevo precedentemente scoperti nella stella del “Tesoretto” scaligero e nella stella dipinta da Giotto. Si evince che questi temi -riproposti in maniera occulta nel Medioevo- erano impiegati da persone di elevata cultura, per progettare e realizzare in maniera armonica e matematica, perfetti elaborati concettuali nel campo delle arti.
In occasione della mostra sono state illustrate le varie fasi di progettazione della stella del “San Giorgio” di Karlstein, iniziando da un punto segnato su di un foglio. Da quel punto, con l’ausilio del compasso e del righello, si svilupperanno in rapide sequenze tutte le operazioni geometriche che condurranno all’elaborazione del disegno del gioiello, ripercorrendo lo stesso procedimento usato, prima da Giotto, poi da Tommaso da Modena seicento anni addietro. Un teorema fondato sulla tetraktys inscritta nel cerchio, che si può considerare un vero strumento (si potrebbe dire un computer del ‘300) elaboratore d’infiniti rapporti armonici. E’ sorprendente notare come questo procedimento sia stato identico a quello impiegato dall’ideatore della stella scaligera conservata, assieme agli altri gioielli del “Tesoretto”, al Museo di Castelvecchio di Verona.
Alberto Zucchetta
TRA VENEZIA E VERONA

Verona, museo di Castelvecchio. Sopra, la spilla scaligera del secolo XIV a confronto con gli elementi della Pala d'Oro della Basilica di San Marco di Venezia
Tavola di comparazione tra alcuni elementi della Pala d'oro della basilica di San Marco a Venezia e la spilla scaligera rinvenuta casualmente nel 1938 a Verona, assieme alla famosa e stella e ad altri gioielli del secolo XIV. Nel disegno vediamo sopra la spilla originale del sec. XIV sotto la ricostruzione comparata del medesimo oggetto.
Utilizziamo per lo studio di comparazione alcuni elementi della Pala d’oro, isolati graficamente dal contesto principale per la loro assoluta somiglianza con gli elementi della spilla scaligera in oro e gemme conservata nel museo di Castelvecchio, Verona. Misura cm. 11 x 6 e pesa gr.96.
E’ importante notare come i vari elementi decorativi a forma di foglie e i castoni a “torretta” siano identici, sia nel disegno sia nella tecnica d’esecuzione, a quelli della spilla veronese.
Le perle e le pietre preziose sono state ordinate seguendo la disposizione della spilla originale. Si è ottenuta così una copia pressoché perfetta che lascia pochi dubbi sulla provenienza e sullo stile che riconduce a quella bottega veneziana che riordinò con nuove gemme e decori la Pala d’oro, grazie anche al lascito ai procuratori della Serenissima di una cospicua somma di denaro da parte di Pietro Nano, l’astrologo fidato di Cangrande I della Scala.