ATTIVITA'
NOTE BIOGRAFICHE E DI ATTIVITA’
di Michelangelo Bellinetti
Un giorno a chi gli chiedeva attraverso quali percorsi era giunto ad affinare la propria eleganza, Luchino Visconti, arrotando l’erre lombarda, rispose: «Per chi ha avuto la fortuna di nascere aprendo gli occhi davanti ad un quadro del Botticelli, l’eleganza è un dono naturale».
Alberto Zucchetta è nato a Venezia dove la vita stessa è un’eleganza esistenziale. Non vi è al mondo realtà vivibile che possa essere paragonabile ai ricami architettonici ed alle cromìe ambientali dentro cui sta Venezia. Zucchetta, poi, ha avuto la ventura di vivere la propria giovinezza in una stagione veneziana particolare, segnata dalla presenza di geniali personalità. Erano i giorni in cui per le calli e per i campi di Venezia si davan di gomito personaggi come Luigi Nono, Emilio Vedova, Santomaso, Bruno Saetti, Virgilio Guidi, Diego Valeri, Peggy Guggenheim, Vittorio Cini ed ai Gesuati era solito passeggiare Ezra Pound. Era la Venezia dove approdava con il suo circo internazionale di attrici e di toreri Ernest Hemingway che armava infinite storie d’amore e di caccia, serate di vino e albe in laguna con il fedele Morucchio.
Insomma, fu quello un tempo memorabile per la città più straordinaria del mondo. Un tempo che Alberto Zucchetta respirò con l’aria e assorbì con gli occhi.

Venezia. Fondamenta degli Ormesini
E quando si trovò a decidere quale strada sarebbe stata la sua per la vita, Zucchetta non ebbe dubbi: si abbandonò a quella che sentiva essere la propria naturale vocazione. Salì, dunque, onorando così antiche consuetudini, ogni gradino della scuola ed ogni gerarchia della bottega tanto da diventare maestro nell’Istituto statale d’arte dove fino a poco tempo prima era stato allievo.
Ma non contento di insegnare soltanto, aprì pure un proprio laboratorio perchè desiderava fare, trarre misura della propria fantasia, creare qualcosa che fosse nuovo e che dichiarasse nel disegno e nella fantasia l’originalità del suo estro.
Non è facile essere artisti in un luogo come Venezia dove l’arte - la più alta possibile - è sublimata da espressioni assolute. E soprattutto non è facile essere riconosciuti orafi in una città come Venezia dove maestri orafi, mastri argentieri, facitori di gioielli, «battioro» hanno costituito uno degli orditi fondamentali della storia dell’arte veneziana.

Venezia in una incisione di Jacopo De Barbari
Il luogo dove per la prima volta il diamante venne lavorato con oro e argento fu Venezia. Già agli albori del XIV secolo gli itinerari commerciali dei diamanti veneziani percorrevano con regolarità di distribuzione l’asse Venezia-Parigi-Fiandre ed è certo che Venezia fu la città dove nacque la moderna arte di tagliare e di «coronare» i diamanti. Sotto le «volte» delle botteghe, cioè al piano superiore dei banchi di vendita, situate attorno a Rialto e precisamente lungo la Ruga dei Oresi o lungo quella dei Zogielieri - così come stabiliva l’ordinanza del gennaio 1380 del Magistrato alle Pompe - i maestri lavoravano di bulino, di getto e di mola l’oro, l’argento e i diamanti. Cesare Fedrici e Gasparo Balbo furono gli insuperati maestri di quest’arte e ancor oggi, dopo cinque secoli, continuano ad essere riconosciuti come tali.
Voler, perciò, diventare orafi a Venezia non è cosa di poco conto. E’ una sorta di sfida all’ intelligenza e all’abilità, alla fantasia e alla capacità espressiva. Una sfida che si misura con il tempo e con la storia. Alberto Zucchetta a quindici anni si misurò alla 41° mostra collettiva alla Bevilacqua La Masa con un’opera in rame sbalzato. Due anni più tardi, sempre alla Bevilacqua La Masa, venne selezionato per la 43° mostra collettiva. Questa volta con una collezione di gioielli. Nel 1957, alla sua prima personale di oreficeria, Ugo Facco de Lagarda gli dedicò su «Il Mondo» di Pannunzio un articolo dal titolo «Duri a morire» che voleva essere la testimonianza della continuità di un’arte antica veneziana.
In quegli anni tra il Cinquanta e il Sessanta quando tutto sembrava vigilia di eventi epocali, Zucchetta volgeva la sua attenzione alle grandi prove realizzate dai Fedrici, dai Balbo, dai grandi maestri orafi che avevano segnato con i loro capolavori le eleganze della Serenissima: Andrea Stongher, Zuanne de Giona, Gasparo Zofiro, Alessandro Zuliani, Lorenzo Moro, Zuan Battista Peruzzi, Vincenzo Magri. Studiava, Alberto Zucchetta, le testimonianze del tempo comparandole con la propria fantasia, nella volontà di rinnovare senza cancellare, di scoprire senza offendere.
Sono di quei giorni le sue esposizioni a Madrid, a Barcellona, a Berlino, a Padova, a Milano e, naturalmente a Venezia, dove la curiosità dei critici lasciava presto il posto all’interesse e all’apprezzamento.
Nel 1963, il gran salto. Alberto Zucchetta lascia Venezia e si trasferisce a Milano. Ha venticinque anni e si sente pronto a confrontarsi nella dimensione più vasta che l’oreficeria, il mercato, la critica potevano allora contare in Italia. L’anno precedente aveva ottenuto lusinghieri consensi all’esposizione tenuta nelle sale della galleria «Minima». Con lui avevano esposto Azuma, Carmelo Cappello, Arnaldo e Giò Pomodoro, Ester Danon e Flora Wiechmann. Qualcuno, in quell’occasione, li aveva definiti «i giovani leoni della nuova oreficeria italiana». E certamente «giovane leone» lui si sentiva in cuor suo.
All’incontro con Milano Alberto Zucchetta venne accompagnato da alcuni mostri sacri del «milieu» più riconosciuto, quali - ad esempio - Luciana Peverelli, Rosita Tacconi, Chino Bert che detenevano le chiavi dei salotti letterari, mondani e della «haute couture» di via Montenapoleone. Allora Milano era una delle capitali europee. Vi era un’effervescenza culturale, civile, sociale difficilmente riscontrabile in altre città italiane. A Brera, attorno al vecchio Giamaica, Fontana postulava i suoi tagli rivoluzionari. Strehler rinnovava il teatro. A San Siro esplodeva il primo cabaret italiano sotto le curiosità e le voglie beffarde di un gruppo di giovani irridenti e musicofili. Sembrava, in quei giorni, che soltanto Milano meritasse di vivere.

Verona 1974. Foto storiche di Vittorio Salvetti in Piazza Bra in un incontro con gli amici veronesi per portare Festivalbar da Asiago a Verona
Al centro, nella prima edizione di Festivalbar in Arena nel 1975, Vittorio Salvetti e Zucchetta premiano Charles Aznavour con "l'Arena d'Oro"
Fu quello il tempo di una conoscenza decisiva per Zucchetta, la conoscenza di Vittorio Salvetti. L’incontro avvenne all’Hotel Excelsior del Lido di Venezia. Salvetti aveva organizzato e presentava una sfilata di alta moda. Le indossatrici, per l’occasione, avrebbero portato gioielli creati da Zucchetta.
Tra i due - l’organizzatore e l’orafo - scattò immediata la scintilla dell’intesa, intesa che avrebbe dato negli anni seguenti a Zucchetta l’opportunità di realizzare i trofei di tutti i grandi eventi musicali televisivi patrocinati da Salvetti: dal Festival di Sanremo al Festivalbar, da Natale sotto la neve a Azzurro e tanti altri ancora.
I bozzetti del logo del Festival di Sanremo del 1976 e 1977 disegnati da Alberto Zucchetta
Milano, intanto, dava molto al giovane orafo veneziano. Il lavoro non mancava, i riconoscimenti gratificavano il lavoro, il mercato si ampliava, la critica acclamava. Nel 1964 il Museum Haaretr di Tel Aviv aveva invitato Zucchetta ad esporre i suoi gioielli in una mostra dedicata alla oreficeria veneziana.
«A Milano - spiegò un giorno Zucchetta - stavo bene. Un’unica cosa non mi andava: ero entrato in un circuito di lavoro e di rappresentatività dal quale sentivo che avrei avuto molte difficoltà ad uscire. Desideravo sentirmi libero. Desideravo riappropriarmi dei ritmi esistenziali a me più congeniali. Sentivo che quei vincoli avrebbero finito per limitare anche le mie capacità espressive».

Premiazioni nel corso di due finali di Festivalbar all'Arena di Verona
Nel 1965, la svolta. Zucchetta lascia Milano e si stabilisce a Verona dove apre una bottega di creazioni d’arte.
Verona è un luogo di malìe sottili, di fascini struggenti. Le potenti ombre scaligere non si sono spente. Nel grumo di case e di palazzi posto tra la Loggia di fra’ Giocondo e Sant’Anastasia continuano a spurgare umori ferrigni, mentre orgogli e superbie si alzano fino alle guglie delle Arche quasi a sfidare la caducità delle imprese di Can Grande e di Mastino.
Oltre la Cattedrale, sul fianco sinistro, sotto il bancale arginato dell’Adige, sta l’ombra malinconica di Dante che qui discusse «De quaestio de aqua e de terra». Fuori, verso il Ponte di Pietra, nelle stanze di palazzo Forti il passaggio di Napoleone Bonaparte non lascia segni di guerra ma livide tristezze di gelosia.
Verona è una città dove la storia ha depositato memorie indelebili e dove la vita reca il segno inequivocabile di un’umanità rispettosa così come la poetica di Berto Barbarani e i quadri di Angelo Dall’Oca Bianca testimoniano ancora.
Qui Alberto Zucchetta porta la sua storia veneziana, la propria esperienza milanese e qui trova il sedimento necessario per realizzare con l’oro, con l’argento, con le pietre le sue fantasie, i suoi giochi ricamati.
La prima mostra veronese è del 1966 alla galleria Ghelfi di via Roma. Gli è padrino sul giornale «L’Arena» Nino Cenni. In quello stesso anno torna a Venezia, alla Bevilacqua La Masa, per una personale di oreficeria, argenti e piccola scultura. Poi l’anno seguente, esporrà a Firenze e a Roma dove Gianluigi Rondi lo presenta. Altre mostre si succederanno negli anni seguenti a Marina di Carrara e a Verona. Nel 1969 sarà a Trieste invitato all’esposizione «Scultori e i loro gioielli»: con Zucchetta espongono Quinto Ghermandi, Novello Finotti, Gino Bogoni, Marcello Mascherini e Giò Pomodoro.
Nel 1970 Alberto Zucchetta sarà invitato alla 35° Biennale d’Arte - Padiglione Venezia - dove espone con clamoroso successo una intera collezione di gioielli ispirati ai colori ed ai riflessi della laguna. Due anni più tardi a Verona, allestita da Arrigo Rudi, con la presentazione di Beni Montresor, ecco la mostra alla galleria «La città».


Nella prima immagine la targa ufficiale della città realizzata da Zucchetta assegnata a Bagnoli in occasione del primo scudetto vinto dall' Hellas Verona nel Campionato di italiano di calcio 1985-86
Nelle immagini seguenti: i trofei di Festivalbar in una edizione all'Arena di Verona; il premio "La Botticella d'oro" assegnata a Gianni Letta e Marcello Mastroianni vincitore del premio "Toti Dal Monte-simpatia"
E’ l’avvio di un percorso sempre più vasto, segnato da significativi riconoscimenti e da commissioni molto rappresentative. Suoi sono i trofei di grandi premi giornalistici come «La botticella d’oro», che viene conferita di edizione in edizione a Indro Montanelli, Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Sergio Zavoli, Sergio Romano; oppure come il premio «Toti dal Monte» ricevuto tra gli altri da Marcello Mastroianni, Giulietta Masina, Riccardo Muti, Hugo Pratt, Rudolf Nureyev, Carla Fracci, Rodolfo Sonego; oppure il premio internazionale «Giulietta» conferito a Gino Paoli, Katia Ricciarelli, Francesco Alberoni, Laura Biagiotti; o, infine, il prestigioso premio «Renato Simoni» dato a Vittori Gassman, a Gianrico Tedeschi, a Franca Valeri, Mariangela Melato, Pietro Garinei.

Arena di Verona. Andrea Salvetti e Alfredo Troisi premiano Zucchero
Ma Alberto Zucchetta non tralascia di coltivare il proprio estro più naturale, cioè la creazione dei gioielli, lo studio dell’antica oreficeria, la passione per l’arte e per i protagonisti della Rinascenza. La sua bottega situata nella suggestiva piazzetta Corte Melone nel centro storico di Verona, diviene meta abituale di giornalisti, di artisti, di attori, di imprenditori, di ricercatori, di studiosi. Giovanni Spadolini non mancava mai, quando arrivava a Verona, di passare per la bottega di Zucchetta. E così Dino Villani, Andrea Zanzotto, Cesare Marchi, Nantas Salvalaggio, Giuseppe Berto, Gino Barbieri, Guido Perocco, Gianrico Tedeschi e tanti altri.
Gianrico Tedeschi in una sua recente visita a Verona. Giovanni Spadolini consegna a Zucchetta la Targa del Senato della Repubblica. Riccardo Muti vince il Premio "Simpatia-Toti Dal Monte"
Dallo studio, dalle frequenze, dal confronto, dalle letture nascono nella bottega di corte Melone idee e realizzazioni straordinarie come quella dei gioielli di Bolca. Bolca è un’antichissima laguna pietrificata situata nel cuore della Lessinia. Fossilizzati da migliaia di anni, si trovano fiori, foglie, alghe, minuscoli pesciolini, conchiglie. Zucchetta, nei primi anni Sessanta, creò una collezione di gioielli coniugando con eccezionale bravura metalli preziosi e suggestivi reperti fossilizzati. L’idea ebbe riscontri clamorosi: giornali e televisioni di tutto il mondo ne parlarono e ancor oggi questi gioielli costituiscono l’elegante orgoglio di molte signore europee.
Un’altra iniziativa di successo realizzata da Alberto Zucchetta è stata quella dedicata a «Gli ori di Castelvecchio e il misterioso tesoro degli Scaligeri»: una conferenza il cui testo è stato poi pubblicato da numerose riviste specialistiche.

Zucchetta illustra a Spadolini lo studio intrapreso sul misterioso gioiello medievale a forma stella, conservato al Museo di Castevecchio di Verona
Cosa sosteneva Zucchetta nel suo studio?
Sosteneva il valore esoterico di alcuni gioielli degli Scaligeri, tra cui soprattutto la celebre stella. Zucchetta scoprì che nulla nel disegno e nella scelta delle pietre impiegate era casuale: tutto aveva un significato che rispondeva ad un preciso linguaggio criptico per iniziati.
Una sintesi di questo studio correda il volume «Cangrande I della Scala» di Hans Spangenberg, edito dalla Provincia di Verona nel 1994. Disegni e testi, poi, sono stati esposti nel 1996-97 in una mostra appositamente allestita negli spazi degli Scavi scaligeri a cura del Museo di Castelvecchio e del Comune di Verona.

Il Premio Internazionale per la Lirica, "Giovanni Zenatello", istituito dalla Fondazione Verona per l'Arena vinto nel 1980 da Katya Ricciarelli
Ma l’interesse per quel tempo e per quelle cose portò Alberto Zucchetta a rivolgere la propria attenzione alla pittura di Giotto, che visse a Padova nello stesso periodo in cui Dante soggiornava a Verona. Insomma, in breve: Zucchetta scoprì la chiave interpretativa dei disegni di Giotto. Il segreto fu presentato nel corso di una conferenza all’Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona nel novembre del 1997. Poi nel maggio dell’anno seguente il tema fu proposto davanti ad una affollata platea nella sala convegni dell’Unicredito di Verona. Infine nel 2000 l’Accademia veronese decise di pubblicare il testo dello studio con prefazione di Renzo Chiarelli e un intervento di monsignor Claudio Bellinati, uno tra i massimi studiosi di Giotto e della sua arte. Il volume è stato stampato dalla tipografia Valdonega. L’anno seguente, in occasione delle celebrazioni giottesche, Zucchetta venne invitato dal Comune di Padova a presentare al Museo degli Eremitani i risultati del suo studio sotto il titolo «Il segreto della O di Giotto tra esoterismo e matematica agli Scrovegni».

Zucchetta mentre illustra al Tg1 il suo studio che svela il segreto della O di Giotto

Accanto a lui, nella piccola bottega di Corte Melone, ha appreso il lavoro il figlio Cristian, che già onora alla grande il nome che porta.

Verona, 09 dicembre 2003